Gabriella Sorrentino | Il cliente
Ambientato interamente a Tehran, il film vince al Festival di Cannes due palme d’oro: quella per miglior attore, che va a Shahab Hosseini e la palma per la miglior sceneggiatura al regista Asghar Farhadi, regista già premiato, tra gli altri, al Festival Internazionale del Film di Berlino, al Tribeca Film Festival e al Fairy Internationale Film Festival.
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il cliente, film di Asghar Farhadi

Il cliente

Il cliente

Ambientato interamente a Tehran, il film vince al Festival di Cannes due palme d’oro: quella per miglior attore, che va a Shahab Hosseini e la palma per la miglior sceneggiatura al regista Asghar Farhadi, regista già premiato, tra gli altri, al Festival Internazionale del Film di Berlino, al Tribeca Film Festival e al Fairy Internationale Film Festival.

La storia

Una giovane coppia di attori, Emad e Rana, si vedono costretti a cambiar casa in seguito ad un terremoto. Troveranno con difficoltà e grazie ad un finto -si scoprirà poi- amico, una nuova sistemazione. La persona che prima viveva in questa casa non recide però i legami con l’appartamento, occupandone ancora una stanza con tutta la sua roba. È proprio la vita di questa donna, fantasma nel film, a condizionare il futuro della giovane coppia: Rana diventa per caso, o per sbaglio, vittima di una violenza di cui non riesce a farsi giustizia. Sarà Emad a procedere verso un epilogo che infine gli sfugge di mano, appellandosi al suo senso di vendetta e giustizia privata.

La recensione

Con un ritmo lento ma ben definito, la vicenda si srotola sotto gli occhi del pubblico senza particolari colpi di scena. Quello che stupisce è non tanto la storia, priva di un intreccio complicato, ma la reazione dei personaggi al dolore che si amplifica man mano per culminare in un atto estremo di perdono e sofferenza non per il male subito, ma per il male dell’umano. Dinamiche di giustizia privata, dominate da valori intrinseci della cultura iraniana, come l’onore, la vergogna, la reputazione nei confronti della famiglia, il rispetto per la figura del padre di famiglia. Valori non pienamente condivisibili, che elevano la vittima prima a carnefice, poi a divinità nelle cui mani è affidata la sorte del vero responsabile della tragedia e infine la consacrano al di sopra dell’umano con la sua profonda capacità di perdonare.

Se da un lato la sceneggiatura e la fotografia sono profondamente pulite e significative, dall’altro la trama riporta delle incongruenze che hanno suscitato lo stupore in sala, e a gran voce. In ogni caso, bellissima l’apertura alla modernità: Farhadi narra una storia interpretata da personaggi aperti e liberi, in una Tehran laica e, per quanto possibile, all’avanguardia. Comunque, lo stile morbido e delicato del racconto rende questo film bellissimo, affievolendo quasi a bandire i sentimenti di rabbia verso il cattivo.

Il trailer

Assolutamente consigliato.

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