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Nella mia famiglia cibo, alimentazione e nutrimento sono una cosa assai complicata. Nel momento in cui, tutti insieme o solo in parte, ci sediamo a tavola, vivo i momenti più delicati della mia esistenza.

Quando zia Rosaria ci invita, dice: «Preparo una cosa veloce, siamo solo noi». Una cosa veloce è un pranzo o una cena che va dalle quattro a +infinito portate. Solo noi invece significa che non siamo mai meno di dieci. Prepara la pizza più buona del mondo, ma tra le sue specialità la cosa che mi fa impazzire è il cavolfiore gratinato — non mangio nessun altro cavolfiore in nessun altro posto. Ogni pietanza che lei prepara — se siamo dieci ce n’è per venti — ha un sapore unico, irresistibile, assolutamente irrinunciabile: è il sapore di casa, che racconta molte cose. Racconta di una donna che si è svegliata presto la mattina e ha iniziato a pensare a noi, alle persone che si sarebbero sedute intorno a quella tavola, ai gusti, alle preferenze e alle esigenze di ognuno per accontentare tutti. Racconta dell’accoglienza, dove mangiamo in due, mangiamo anche in tre — e così via —, dove sai che quel posto c’è, è lì per te e sempre sarai benvenuto, con o senza amici. Racconta di ricette nuove e antiche, che lei usa per amalgamare le persone, più che gli ingredienti. Ogni tanto ne dimentica qualcuno… fortunatamente c’è zia Anna, che pensa a recuperare le ultime cose e contribuisce così alla riuscita di ogni evento. Il momento più tragico però è quando tutto è in tavola: ognuno di noi, a turno, è a dieta, quindi inizia la battaglia tra chi ti riempie il piatto e chi ti dice: «Non mangiarlo!». Suvvìa, se siamo a tavola è per mangiare, no? In verità: no. Non è solo per quello. Già Dante, tra il 1304 e il 1307, prova a scrivere un saggio con l’obiettivo di offrire, durante un banchetto, saggezza e conoscenza a coloro che, per varie circostanze, non hanno avuto accesso al sapere. Per far questo, non utilizzerà la lingua dei colti, il latino, ma proverà a scrivere il Convivio nella lingua del popolo. Il cibo è dunque metafora e identità: tra i tratti distintivi di ogni popolo e della sua cultura vi sono senza dubbio le pietanze tipiche e il modo più o meno cerimoniale in cui vengono preparate e consumate. Anche le parole scelte da un insieme di persone che condividono territori e contesti sono simboli identitari: non è un caso che la lingua sia non solo l’organo deputato al gusto, ma anche il sistema di comunicazione utilizzato da una comunità di parlanti. Le lingue sono ricche di espressioni e significati non letterali presi in prestito dal campo semantico del cibo. È il caso di molte sinestesie come parole dolci, rimproveri amari, o metafore, quali  divorare un libro, digerire una notizia, sete di conoscenza, oppure, ancora, metonimie, ad esempio bere un bicchiere, e anche di molti proverbi e modi di dire che vanno dal buon vino fa buon sangue a buono come il pane. Proprio a supporto dell’ipotesi che l’atto del nutrimento non è relativo esclusivamente all’assunzione di sostanze e nutrienti indispensabili alla vita biologica dell’uomo in quanto corpo. L’atto del nutrimento ha un grande valore anche e soprattutto sul piano del simbolico: un pensiero gentile per una persona cara nutre una relazione, l’arte — in tutte le sue forme — nutre lo spirito. D’altra parte, è famoso il potere che le madeleine hanno sullo spirito per Proust: 

Una sera d’inverno, appena rincasato, mia madre accorgendosi che avevo freddo, mi propose di prendere, contro la mia abitudine, un po’ di tè. Dapprima rifiutai, poi, non so perché, mutai parere. Mandò a prendere uno di quei dolci corti e paffuti, chiamati madeleine, che sembrano lo stampo della valva scanalata di una conchiglia di San Giacomo. E poco dopo, sentendomi triste per la giornata cupa e la prospettiva di un domani doloroso, portai macchinalmente alle labbra un cucchiaino del tè nel quale avevo lasciato inzuppare un pezzetto della madeleine. Ma appena la sorsata mescolata alle briciole del pasticcino toccò il mio palato, trasalii, attento al fenomeno straordinario che si svolgeva in me. Un delizioso piacere m’aveva invaso, isolato, senza nozione di causa. E subito, m’aveva reso indifferenti le vicissitudini, inoffensivi i rovesci, illusoria la brevità della vita… non mi sentivo più mediocre, contingente, mortale. Da dove m’era potuta venire quella gioia violenta? Sentivo che era connessa col gusto del tè e della madeleine. Ma lo superava infinitamente, non doveva essere della stessa natura. Da dove veniva? Che senso aveva? Dove fermarla? Bevo una seconda sorsata, non ci trovo più nulla della prima, una terza che mi porta ancor meno della seconda. È tempo di smettere, la virtù della bevanda sembra diminuire. È chiaro che la verità che cerco non è in essa, ma in me. È stata lei a risvegliarla, ma non la conosce, e non può far altro che ripetere indefinitivamente, con la forza sempre crescente, quella medesima testimonianza che non so interpretare e che vorrei almeno essere in grado di richiederle e ritrovare intatta, a mia disposizione (e proprio ora), per uno schiarimento decisivo. Depongo la tazza e mi volgo al mio spirito. Tocca a lui trovare la verità… retrocedo mentalmente all’istante in cui ho preso la prima cucchiaiata di tè. Ritrovo il medesimo stato, senza alcuna nuova chiarezza. Chiedo al mio spirito uno sforzo di più… ma mi accorgo della fatica del mio spirito che non riesce; allora lo obbligo a prendersi quella distrazione che gli rifiutavo, a pensare ad altro, a rimettersi in forze prima di un supremo tentativo. Poi, per la seconda volta, fatto il vuoto davanti a lui, gli rimetto innanzi il sapore ancora recente di quella prima sorsata e sento in me il trasalimento di qualcosa che si sposta, che vorrebbe salire, che si è disormeggiato da una grande profondità; non so cosa sia, ma sale, lentamente; avverto la resistenza e odo il rumore degli spazi percorsi… All’improvviso il ricordo è davanti a me. Il gusto era quello del pezzetto di madeleine che a Combray, la domenica mattina, quando andavo a darle il buongiorno in camera sua, zia Leonia mi offriva dopo averlo inzuppato nel suo infuso di tè o di tiglio…

E, a proposito del ricordo, se penso alla mia mamma, subito sento il profumo della parmigiana di melanzane che non ho più mangiato.

PER APPROFONDIRE


QUESTO ARTICOLO È STATO PUBBLICATO SU ORIONE N. 23, “NUTRIMENTO”, NELLA SEZIONE EDITORIALE — AGOSTO-DICEMBRE 2021

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