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Friedensreich Hundertwasser: Le je ne sais pas encore, 1960. Si trova al KunstHausWien di Vienna.
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Anche quest’anno continuiamo il nostro progetto di apprendimento cooperativo nella scuola del Primo Circolo Didattico di Scafati — ritenuta ormai scuola polo in Campania per l’apprendimento cooperativo.

Friedensreich Hundertwasser: Le je ne sais pas encore, 1960. Si trova al KunstHausWien di Vienna.

Per pensare al laboratorio di quest’anno ci siamo ispirati a Friedensreich Hundertwasser, artista viennese, controverso e bizzarro, della scena artistica internazionale del XX secolo. Hundertwasser era convinto che la vita fosse formata da diversi livelli che, a cerchi concentrici, ricoprivano ogni persona, strati che circondavano l’uomo esattamente come ’pelli’. Nella sua concezione, questi strati rappresentavano il livello di consapevolezza del mondo che ciascuno ha, ed erano sostanzialmente cinque: l’epidermide, i vestiti, la casa, l’identità sociale e nazionale e l’ambiente naturale. Per una vita serena, l’uomo ha bisogno di vivere in armonia dentro ognuna delle cinque pelli, intrinsecamente legate tra di loro e capaci di lasciare traccia e rendere il mondo un posto felice.

APPRENDIMENTO COOPERATIVO

Il progetto Cinquepelli è inserito all’interno della nostra ricerca-azione permanente sull’apprendimento cooperativo. Sono cinque le condizioni che devono essere soddisfatte affinché ci sia apprendimento cooperativo:

  • rapporto faccia a faccia,
  • responsabilità individuale (noi abbiamo assegnato i tre ruoli di guardiano del tempo, del silenzio e dell’ incoraggiamento),
  • interdipendenza positiva (il pezzo di lavoro di ognuno è funzionale al lavoro del gruppo),
  • obiettivi sociali,
  • autovalutazione.

Il laboratorio propone tutti i valori della metodologia dell’apprendimento cooperativo, pur venendo meno (temporaneamente) il rapporto faccia a faccia. «Abbiamo comunque voluto proporre le attività per mantenere alta questa modalità di fare inclusione, che è il nostro obiettivo principale», spiega Francesca Porrari, assistente sociale della Fondazione Sinapsi e responsabile del progetto, «le attività sono pensate per tutti le bambine e i bambini, compresi quelli che possono avere disabilità visiva o plurima». Inclusione dunque la parola chiave, in un momento di formazione immediatamente spendibile, in attesa di poter ritornare con le attività in presenza. Ogni attività presenta aspetti tattili oltre che visivi. Porrari continua: «Il laboratorio offre un quaderno didattico in cui suggeriamo agli insegnanti che vogliono lavorare in apprendimento cooperativo come proporre le attività e quali risposte e competenze attivare nelle alunne e negli alunni che partecipano. Forniremo tutte le indicazioni per portare avanti le attività, con suggerimenti tecnici specifici per ridurre al massimo la complessità». Intanto, le attività proposte, anche grazie al lavoro di Maria Mazzaro, educatore professionale per Fondazione Sinapsi, allenano la capacità delle bambine e dei bambini all’autovalutazione: dopo aver eseguito l’attività sono chiamati a esprimere il loro parere sul livello di gradimento, su cosa ha funzionato e cosa no. L’altro aspetto importante dell’apprendimento cooperativo è quello della cittadinanza attiva: bisogna attivare anche in una bambina o in un bambino la responsabilità rispetto a cosa possono fare loro per stare meglio nel posto in cui abitano.

GLI OBLÒ

La proposta concettuale si è trasformata in attività grazie alla traduzione de La Luna al Guinzaglio. Le nostre amiche Lune hanno creato una scatola, successivamente consegnata a domicilio a ogni bambina e bambino, in cui ci sono dei materiali che, man mano durante gli incontri a distanza, verranno utilizzati per costruire una specie di libro che rappresenterà appunto le Cinquepelli di ogni partecipante.

La scatola “Oblò” ideata da La Luna al Guinzaglio, contenente i materiali per il progetto Cinquepelli

CINQUE PELLI, CINQUE INCONTRI

Si parte dalla prima pelle: invitando i partecipanti a creare una mappa del viso o del corpo. La mappa sarà sviluppata su un supporto dai colori caldi: abbiamo scelto il rosso. Ogni pelle è abbinata a un diritto e a un dovere; quello della prima pelle è: ho il diritto al rispetto del mio corpo e delle mie capacità. Ho il dovere di rispettare il corpo e le capacità degli altri.

La seconda pelle è dedicata a una mappa relativa a una stanza della propria casa. Ho il diritto di vivere con chi mi vuole bene. Ho il dovere di rispettare chi mi vuole bene e si prende cura di me. Per ogni pelle bisognerà registrare anche i rumori o i suoni presenti nell’ambiente: il rumore delle persiane che si alzano, gli anelli della tenda della doccia quando la si apre o chiude, il mestolo nella pentola mentre la mamma — o il babbo — cucinano e così via…

La terza pelle è costituita dalla mappa natura-balcone-finestra, e richiama il diritto-dovere: ho il diritto di vivere in un ambiente sano e pulito, ho il dovere di rispettare e proteggere l’ambiente. Rappresenteremo la quarta pelle con la mappa della città e ognuno avrà il diritto-dovere: ho il diritto di avere uno spazio per giocare. Ho il dovere di mantenere lo spazio pulito. Sarà la mappa del mondo, la quinta pelle, a racchiudere tutte le altre pelli, e ognuno avrà come diritto-dovere quello di essere ascoltato e di ascoltare quando gli altri parlano. In tutti questi passaggi da una pelle all’altra e nella vita quotidiana, si costruirà anche la rete di relazioni che i piccoli incontrano nei loro percorsi in città.

LA CITTÀ IDEALE

La città finale rappresentata sarà costituita dalla sovrapposizione delle rappresentazioni di ogni partecipante del gruppo, è importante sottolineare che il risultato finale sarà il frutto di un confronto tra i piccoli abitanti impegnati nella cittadinanza attiva.

SVILUPPI

L’idea è quella di estendere questa metodologia attiva, inclusiva, non competitiva anche in altre scuole e fare in modo che si possa lavorare in apprendimento cooperativo anche una volta che le alunne e gli alunni siano giunti alle scuole medie. «Nonostante la pandemia, nessuno di noi ha rinunciato ai principi dell’apprendimento cooperativo,» specifica Alessandra de Robertis, direttore della Fondazione Sinapsi, continuando: «Questa proposta, all’interno del contesto di apprendimento cooperativo, ha il significato dell’inclusione — che è il nostro obiettivo perseguito. Ogni laboratorio che progettiamo, do soli o con collaborazioni esterne, come nel caso de La Luna al Guinzaglio, viene strutturata in base ai principi cardine cui la Fondazione Sinapsi si ispira. Non ci sono adattamenti ad hoc (ad esempio) per chi non vede, ma le attività sono progettate sin dal principio in maniera accessibile a tutte le bambine e tutti i bambini, senza esclusione alcuna. La proposta che offriamo può essere fruita da tutti allo stesso modo. È una questione di progettazione a monte». Ognuno ha una competenza nel suo ruolo e insieme siamo tutti necessari per portare avanti il progetto. In che modo la metodologia dell’apprendimento cooperativo apporta un valore aggiunto alla vostra scuola? A rispondere è Maria d’Esposito, dirigente scolastico Scafati 1: «La metodologia in apprendimento cooperativo contribuisce a raggiungere un apprendimento più armonioso e completo, nel contempo aiuta a costruire relazioni positive tra i piccoli allievi, essenziali per creare una comunità di apprendimento che valorizza la diversità. Le attitudini verso i compagni e verso la scuola in generale migliorano, nutrite dallo sviluppo di una concreta auto-stima che si appoggia ad una intrinseca motivazione. I bambini realizzano il valore aggiunto del lavoro in team, si assumono le responsabilità che il docente distribuisce ed eseguono consapevolmente il lavoro; inoltre, spiegare un task ad un compagno implica un processo di ri-elaborazione cognitiva che appartiene alle cosiddette abilità accademiche». Un ruolo molto importante è affidato anche ai genitori, che, prosegue d’Esposito «si avvicinano timidamente alla metodologia, unitamente convinti dall’entusiasmo dei loro figli. Ciò che colpisce loro dal primo momento è la capacità dei bambini partecipanti di tradurre il linguaggio dell’insegnante in un codice condiviso tra studenti: questa stessa lingua diventa anche quella dei genitori, che diventano attori co-protagonisti del meccanismo di apprendimento dei propri figli. Il feedback che si legge al termine di una sessione, è un mix di meraviglia e consapevolezza, di sorpresa e di compiacimento del successo dei bambini. Questa miscela diventa un nutrimento vitale per il genitore che di essa si sazia quotidianamente, riscoprendo il piacere della scuola, quella vera e partecipata, vissuta in ogni momento, da protagonisti e non da spettatori».

CONCLUSIONI

Grazie alle informazioni di osservazione e di presentazione di ogni bambina e bambino fornite da Eleonora Di Martino, insegnante di sostegno e referente per il progetto didattico sull’apprendimento cooperativo e per l’inclusione della scuola del I Circolo di Scafati, scritte in un linguaggio non tecnico ma descrittivo-affettivo, è stato possibile immergersi nel contesto sociale che gli alunni vivono quotidianamente e offrire una proposta che va al di là della diagnosi di disabilità. Il lavoro di inclusione guarda infatti alle persone nella loro complessità e nel contesto in cui vivono, tenendo presente che la vita è negli interstizi e che mentre in uno studio medico tutte le diagnosi sono il frutto dell’osservazione di sintomi fisici, al di fuori di questo ogni risposta comportamentale, emozione, pensiero, sorriso o broncio è il risultato di una storia personale e di un percorso assolutamente unico.


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