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Paul Watzlawick nel suo prezioso “Pragmatica della comunicazione umana” teorizza, forse per la prima volta con una metodologia scientifica, una serie di assiomi che descrivono proprietà tipiche della comunicazione aventi importanti implicazioni relazionali.

L’assunto iniziale è che comunque ci si sforzi, non si può non comunicare, implicando livelli comunicativi non solo di contenuto ma anche di relazione. Questo significa che ogni comunicazione non solo reca un messaggio, ma al tempo stesso determina un comportamento. Se è vero che il pensiero è un atto incosciente della mente, che per divenire cosciente ha bisogno di immagini e di parole,[1] è anche vero che oggi come oggi viviamo una realtà in iperconnessione, dove l’imperativo delle persone e delle aziende (compresi enti pubblici, governi e capi di stato) diventa quello di mostrare queste immagini e queste parole sui social media, condividendo di fatto qualsiasi cosa. Ed proprio la misura di questa condivisione che diventa misura del valore dell’esistenza di una persona: lo showbiz paga caro gli influencer in base al numero di follower che questi hanno. Un po’ di tempo fa Chiara Ferragni ha visitato la Galleria degli Uffizi per uno shooting destinato a una campagna fotografica per Vogue. Durante la visita, si è scattata un selfie davanti alla Nascita di Venere e ha postato l’immagine sul suo account Instagram, scatenando così l’ira degli hater:[2] intellettuali da tastiera si sono sentiti offesi dallo scatto che ritraeva le due donne, l’una, giudicata oggetto di mercato e quindi merce di scambio, l’altra — la Venere di Botticelli —, talmente sacra da non poter comparire nell’accostamento con la prima. La condivisione di quello scatto, di fatto, ha creato una serie di discorsi sugli oggetti presenti: gli Uffizi avranno più visitatori? Chiara Ferragni acquisirà nuovi follower? L’arte può essere trattata da persone che non sono critici d’arte o intellettuali? E così via… Perdendo di vista il punto fondamentale: nella società post-moderna, dove l’informazione si muove a prescindere dallo spostamento nello spazio e la velocità della comunicazione non è più vincolata dai limiti materiali diventando immediata, ogni angolo del globo può essere raggiunto nel medesimo istante, trasformando il qui e ora dell’opera d’arte e di qualsiasi altro prodotto mediale in una condivisione potenzialmente con tutti — tutti quelli che hanno scelto di seguire la Ferragni. È l’epoca dell’iperrealtà, dove i modelli sono definiti solo nel virtuale ed esistono solo in quanto simulazioni. D’altronde, quello che le persone condividono, non è vita vera — volete davvero farmi credere che vi svegliate al mattino con messa in piega perfetta e pigiama di seta mai sgualcito? — o, a volte è talmente vera che per essere ancora più realistica, la composizione è studiata a fondo. È il caso estremo, ad esempio, del video di propaganda dell’Isis A message to the Allies of America, condiviso in mondovisione, dell’uccisione di David Haines, il 13 settembre 2014, di cui (dopo molti dubbi) vi mostro un fotogramma.

In accordo con Falcinelli,[3] tra gli aspetti inquietanti di questa immagine vi è la composizione: gli assassini utilizzano un vero e proprio layout con codice cromatico, inquadratura, taglio, studiati ad hoc. Il motivo? Dovevano comunicare con tutto il mondo occidentale e non più solo con le istituzioni; indispensabile era quindi utilizzare un linguaggio che rendesse le immagini impressionanti e memorabili per amplificare la crudeltà: quello delle serie televisive. Quello che si condivide è dunque una sorta di second life, una realtà artificiale che si impone come reale, oltrepassando il reale, a volte sostituendolo addirittura e richiedendo ad esso di conformarsi al virtuale. Gli articoli che sono arrivati per questo numero di Orione però, sconfessano ampiamente questa posizione. Autori provenienti da campi e settori diversi, con competenze, esperienze e vissuti eterogenei, hanno testimoniato che anche in un periodo di emergenza sanitaria, sociale (e soprattutto politica) la condivisione intesa in senso tradizionale non può essere soppiantata da smart working, dad o call. Abbiamo bisogno di respirare l’aria del mare, di scalare vette, di giocare all’aperto e di mangiare insieme, non solo per il benessere fisico ma anche per quello psichico. Niente rinforza il nostro sistema immunitario quanto gli abbracci stretti.

NOTE

[1] Alfred Binet (1857-1907), medico e psicologo considerato uno dei fondatori psicologia sperimentale, da lui orientata fin dall’inizio allo studio dell’intelligenza.

[2] Dal vocabolario online Treccani: hater:Chi, in Internet e in particolare nei siti di relazione sociale, di solito approfittando dell’anonimato, usa espressioni di odio di tipo razzista e insulta violentemente individui, specialmente se noti o famosi, o intere fasce di popolazione (stranieri e immigrati, donne, persone di colore, omosessuali, credenti di altre religioni, disabili, ecc.).

[3] Riccardo Falcinelli: Figure — Einaudi Stile Libero Extra — 2020

PER APPROFONDIRE

Paul Watzlawick, Janet Helmick Beavin, Don D. Jackson: Pragmatica della comunicazione umana — Roma Astrolabio MCMLXXI — 1971

Zygmunt Baumann, Tim May: Pensare sociologicamente — Ipermedium Libri — 2003


QUESTO ARTICOLO È STATO PUBBLICATO SU ORIONE N.21, “CONDIVISIONE”, NELLA SEZIONE EDITORIALE — DICEMBRE 2020

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Copertina Orione n. 21, omaggio a Carlo Acutis. Illustrazione di Bruna Pallante

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