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Ho un’urgenza che è, prima di tutto, un atto di responsabilità: tornare alla Parola. Non come semplice unità fonetica o veicolo d’informazione (che pure mi sembra importante anche se non qui, non ora), ma come infrastruttura politica e sociale.

In un’epoca di rumore bianco digitale, di violenza, di disorientamento, la parola rischia di diventare un guscio vuoto; per noi di Fondazione Sinapsi, essa resta invece il primo presidio di accessibilità alla realtà. Bisognerebbe interpretare la grammatica come architettura di libertà. Se è vero che possediamo una struttura innata per generare mondi, è nel modo in cui abitiamo quella struttura che si gioca la nostra libertà. La parola non è mai neutra: è un biosistema che può nutrire l’inclusione o, al contrario, erigere barriere invisibili. Come ci ha insegnato Michela Murgia, le parole sono gesti concreti. Dire o non dire una cosa, chiamare un corpo o un’identità con il proprio nome o con un eufemismo di circostanza, non è un vezzo accademico, ma una scelta di campo tra l’esistere e lo sparire. Il valore simbolico della parola diventa così l’unità di misura della democrazia. Se guardiamo alla teoria dell’agire comunicativo di Jürgen Habermas, comprendiamo che la parola è l’unico strumento capace di generare un’intesa razionale priva di coercizione. Tuttavia, questo spazio pubblico habermasiano è accessibile solo se il linguaggio che lo governa è pronto a evolversi. È qui che si inserisce il lavoro prezioso di linguiste come Vera Gheno. Il linguaggio non è un monolite scolpito nella pietra, ma un organismo vivo che muta con noi. Abbracciare il cambiamento linguistico — dal superamento del maschile sovraesteso all’uso di termini più aderenti alle diversità funzionali — non significa distruggere la lingua, ma renderla un abito capace di vestire tutti, senza lasciare nessuno nudo di fronte al diritto. Importanti anche le riflessioni di Chiara Valerio, che spesso ci ricorda come la grammatica sia, in fondo, una forma di resistenza contro l’approssimazione del pensiero. Una parola precisa è un atto di cura verso l’altro; una parola inclusiva è un atto di giustizia. Orione vuole essere questo: una bussola per orientarsi tra i segni. Perché, se è vero che le parole servono a descrivere il mondo, è altrettanto vero che, usandole con consapevolezza, abbiamo il potere di cambiarlo.


QUESTO ARTICOLO È STATO PUBBLICATO SU ORIONE N. 37, “PAROLE”, NELLA SEZIONE EDITORIALE — MAGGIO-AGOSTO 2026

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La copertina della rivista Orione. Il personaggio illustrato è Dario Fo.

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