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Questa immagine ritrae Valerio Mastandrea in una scena dello spettacolo“Migliore” di Mattia Torre. La scena è priva di scenografia, è tutto buio, Mastandrea è vestito con un completo formale nero e indossa la cravatta. Solo la camicia è bianca, a evidenziare il suo viso e le sue mani. Un cono di luce lo illumina, facendolo spiccare ancora di più. L’impressione è che emerga dallo sfondo.
È Valerio Mastandrea a narrare magistralmente in un monologo la storia di Alfredo, ironica, cinica e terribile, sul testo di Mattia Torre per il teatro, diretto da Paolo Sorrentino per la tv.

Un uomo normale, Alfredo, con un lavoro ordinario, quasi noioso, invisibile ai più, proprio come quegli ingranaggi di un orologio che fanno il loro lavoro nascosti nella cassa, un tic tic dopo l’altro che vanno avanti giorno dopo giorno. Ma succede, talvolta, che qualcosa va storto, fosse anche un granello di polvere, e tutto si inceppa — oppure no. Cinicamente, Alfredo scopre che un grande sbaglio lo trasforma in realtà nella migliore versione di sé: una parabola ascendente (o discendente) nei meandri dell’animo umano. In Migliore, è un episodio accidentalmente accaduto — di una non trascurabile rilevanza — a restituire al personaggio di Mastandrea quella diglità quasi identificabile con la visibilità: tutti lo notano ora, Alfredo. Finalmente ha il coraggio di esprimersi, ora; ottiene una promozione, corteggia una donna prima inavvicinabile — la “stronza”, si concede libertà espressive con i clienti che neanche lontanamente avrebbe immaginato. È lui ora a scegliere il tono da usare.

“Non le voglio più le cose di una volta. Io, voglio le cose di oggi. Voglio le cose di domani. Mi fate schifo. Ed è bello anche così!”

Mastandrea mette in scena il gioco delle maschere senza alcun oggetto. È solo corpo — faccia viso e mani, voce. Cammina il palco, Mastandrea, con pochi passi laterali, indietraggia, avanza, come una pedina su una scacchiera. Il palco del Verdi è spoglio, quasi a suggerire che nessun orpello o scenografia è necessaria per narrare la miseria del contemporaneo. Alfredo emerge da un fondo nero, in un panoramico chiaroscuro, caleidoscopio di fragilià. La narrazione, divisa in un prima e un dopo, si sviluppa in un crescendo ritmato. Qualche nota drammatica, o un fascio di luce sapientemente dispensato, a illuminare in Mastandrea quelle tensioni interiori che pesano sulla coscienza come un macigno — ma che la società è veloce a perdonare, quasi come se il crimine fosse più perdonabile della normalità.

LA TRAMA

Alfredo Beaumont è un uomo semplice, con una vita ordinaria: un lavoro normale, diversi acciacchi, il tempo libero trascorso nell’associazione di quartiere. A un certo punto a interrompere la routine della sua non notevole vita, un incidente che lo vedrà responsabile ma assolto, dalla giustizia ma non, in un primo breve momento, dalla sua coscienza. Avviene così la metamorfosi, Alfredo si trasforma nel tipo di uomo che prima era dall’altro lato. Paradossalmente, ora diventa un uomo che incide nel suo contesto di riferimento, finalmente rispettato e visto da chi prima ne ignorava l’esistenza. Sarà la società ad assolverlo definitivamente nelle poche ma incisive parole della figlia stessa della vittima.

MATTIA TORRE

Mattia Torre lsi spegne nel 2019, a soli 47 anni, è stato sceneggiatore, autore teatrale e regista. Si ricordano, tra gli altri, i suoi seguenti lavori. Con Giacomo Ciarrapico è autore di commedie teatrali Io non c’entroTutto a postoPiccole anime e L’ufficio. Nel 2000 pubblica il libro Faleminderit Aprile‘99 in Albania durante la guerra. Sceneggiatore, insieme a Luca Vendruscolo, del film Piovono Mucche. Con il monologo In mezzo al mare, con Valerio Aprea, vince la rassegna Attori in cerca d’autore. Nel 2005 firma testo e regia del monologo teatrale Migliore, con Valerio Mastandrea. È autore del monologo breve Gola e dei corti teatrali Il figurante e Sopra di noi. È, insieme ad altri, autore del programma Parla con me di Serena Dandini. Con Ciarrapico e Vendruscolo scrive la serie TV Buttafuori e Boris. Con gli stessi autori, scrive e dirige Boris – il film. Nel 2011 scrive e mette in scena lo spettacolo teatrale 456 di cui realizza anche il sequel TV per La7. Pubblicato la raccolta di monologhi In mezzo al mare nel 2012. È autore e regista dello spettacolo teatrale Qui e ora con Valerio Mastandrea e Valerio Aprea. Nel 2014, sempre insieme a Ciarrapico e Vendruscolo scrive e dirige il film Ogni maledetto Natale. Nel 2015 scrive con Corrado Guzzanti Dov’è Mario?, serie TV; è del 2018 la serie La linea verticale, trasmessa su RaiPlay. Sarà la figlia Emma a ritirare nel 2021 il David di Donatello per la migliore sceneggiatura originale di Figli, film del 2020 con la regia di Giuseppe Bonito.

VALERIO MASTANDREA

Classe 1972, lanciato da Maurizio Costanzo nel suo Show, esordisce a cinema nel 1994 con Ladri di cinema, apparizione quasi casuale e incipit di quella che sarà una carriera costellata di ben dodici nomination al David di Donatello, con quattro premi per i film per i film La prima cosa bellaGli equilibristiViva la libertà e Fiore. La sua carriera conta moltissimi film e serie TV, oltre che cortometraggi, teatro, video musicali, sceneggiature, regie, doppiaggi, produzioni, audiolibri, videoclip. Un artista a tutto tondo, di cui si ricordano, tra gli altri: Viola bacia tutti (regia di Giovanni Veronesi, 1997), Gente di Roma (regia di Ettore Scola, 2003), Il caimano (regia di Nanni Moretti, 2006), The Place (regia di Paolo Genovese, 2017), Diabolik e Diabolik – Ginko all’attacco! (regia dei Manetti Bros, 2021), Cinque secondi (regia di Paolo Virzì, 2025).

CREDITI

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