Come succede in quello che Roland Barthes in La camera chiara ben ci racconta, c’è un dettaglio, neanche sempre ben identificato, che la anima da dentro, rendendo quell’immagine significativa per me e nessun altro. La fotografia che sto guardando non è imitazione del reale: ne è la sua emanazione. Il dettaglio che mi punge è un particolare improvviso, casuale, privato. È l’impronta lasciata dal tempo che fu. Quasi cedo, per un attimo, alla struggente consapevolezza del consumato, dell’irripetibile, del non sarà mai più. Il presagio dell’assenza è così reale, che l’assenza stessa diventa, in questo attimo, l’unica cosa presente. Inizio a sentire dolore, un irresistibile richiamo che Jünger nel suo saggio Sul dolore del 1934 (ripreso da Byung-Chul Han ne La società del dolore) definisce come «una di quelle chiavi che servono ad aprire non solo i segreti dell’animo ma il mondo stesso», continuando: «quando ci si avvicina a quei punti in cui l’uomo si mostra all’altezza del dolore, o superiore a esso, si accede alle sorgenti della sua forza e al mistero che si nasconde dietro il suo potere. Dimmi il tuo rapporto con il dolore e ti dirò chi sei!». Indugio in questo dolore, che mi mette in relazione con l’indisponibile, allenandomi a sopportare la mancanza. Una mancanza che non voglio riempire, per non cadere nell’appiattimento del desiderio, se questo è, per dirla con Recalcati, la manifestazione più radicale della mancanza. Il desiderio come espressione della mancanza è una grande promessa, una grande forza di realizzazione, ed è in questo passaggio che dunque converto quell’assenza in presenza, che non mi punge più, ma che mi fa dischiudere sul viso un sorriso: il sorriso di chi vive la nostalgia come un’emozione da abbracciare per costruire un qui e ora che non sia, nel domani, un passato da cui fuggire.
QUESTO ARTICOLO È STATO PUBBLICATO SU ORIONE N. 36, “NOSTALGIA”, NELLA SEZIONE EDITORIALE — GENNAIO-AGOSTO 2026
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