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Nelson mandela, copertina Orione n. 19 - Il sogno
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Ho più volte provato a scrivere e riscrivere questo editoriale per il numero sul sogno e ogni volta ho ricominciato daccapo: quando abbiamo progettato questo numero di Orione eravamo ben lontani dalla pandemia da Covid-19 e la vita scorreva — anzi correva — come al solito.

Ne avevo scritto uno che poneva l’accento sull’importanza del contatto con l’inconscio, dove — alla maniera junghiana — riflettevo sulla distanza presa dall’uomo civilizzato rispetto alle forze della natura, con una conseguente perdita del simbolico e del magico, e su come la potenza psichica soppressa in nome della razionalità avesse bisogno di uscire, da qualche parte, per ristabilire il totale equilibrio psichico. Poi, ne ho scritto uno sul tema affrontato nella letteratura, su come libri e teatro e poesie e tutte le varie forme artistiche e culturali plasmino la materia creativa dell’uomo, parafrasando il caro Severino Cesari «… siamo fatti sì della materia dei sogni, ma anche dei libri che leggiamo, che ci rendono più reali, più veri». Un’altra bozza invece, metteva insieme i vari aneddoti e le superstizioni che noi gente del Sud ricamiamo intorno all’interpretazione del sogno, così immateriale eppure quasi sempre collegato alla cosa più fisica che esiste: i soldi. Sogni che si trasformano in numeri da giocare al Lotto, per realizzare con le vincite altri sogni; di questo bisogno così umilmente umano di contare e quantificare qualsiasi cosa, forse per confermare una qualche forma di dominio sul reale. In questa versione, c’era il simpatico aneddoto di mio padre, che ogni tanto compra un Gratta e Vinci e poi prova a rivenderlo a qualcuno al doppio del prezzo originale, chiedendo al potenziale acquirente cosa farebbe con i soldi della potenziale vincita, giustificando così il sovraccarico di prezzo: «Mentre aspetti di grattare, e mi racconti cosa farai con questa vincita, ti vendo un po’ di sogno». Mi sembrava che da qualsiasi punto di vista lo si affrontasse, il tema del sogno fosse pieno di spunti e di riferimenti. Poi, la realtà: in un battibaleno — non so bene quando — ci siamo visti privare delle più piccole libertà individuali, insieme al terrore del contagio: è arrivato il virus e da allora non siamo più niente, se non vite sospese. Il tempo si è fermato, ma questo è vero solo in relazione allo spazio: non ci è più possibile abitare i luoghi della nostra quotidianità, in condivisione con tutti gli altri. È vero, alcune cose mi sembrano addirittura migliorate: ho imparato ad esempio che lo smart working concilia meglio concentrazione, produzione creativa e tempi di vita, permettendo ai miei obiettivi di essere raggiunti in minor tempo e in maniera più efficace; ho imparato a stirare anche i calzini; ho un’ora al giorno di ginnastica su Skype con un personal trainer d’eccezione e ho sentito persone che non incontravo da una vita; nelle varie call ho raccolto storie incredibili — che generalmente si parla così poco e quasi mai del profondo; riesco a guardare film e a leggere un sacco di libri; inoltre, a differenza della presenza fisica, se una conversazione si protrae su terreni scoscesi c’è sempre la via di fuga della linea che cade. Poi, riflessione condivisa con Alessandra e Fanny, la cosa più importante: proprio come in un bel sogno, nel caso delle relazioni, se sotto c’è una rete, di quelle che funzionano, in cui i nodi sono attivi e vitali, dove lo scambio è reale e volto al bene comune, non c’è distanza che tenga. Anzi, i flussi di comunicazione risultano rimpolpati e il valore creato e condiviso non è minimamente intaccato dalla difficoltà del distanziamento sociale. Che rimane “solo” fisico. Sì, fisico. Purtroppo, ho re-imparato che il virtuale non potrà mai sostituire la prossemica; che vuoi o non vuoi una call è fisicamente più impegnativa del previsto: l’appiattimento alle due dimensioni visiva e uditiva del proprio essere tralascia il significato intrinseco del volume, della tridimensionalità, dell’olfatto, del tatto, di quella vibrazione che può creare la connessione solo con la distanza inferiore a un metro tra due o più paia d’occhi. Un’altra riflessione riguarda il chilometro zero e la sua vera applicazione, nel mondo di prima mangiavamo prodotti a chilometro zero che venivano dal Perù — o da chissà dove, oggi non ci si può allontanare dal proprio quartiere per comprare un pezzo di pane, senza avere più la possibilità di scelta che la globalizzazione metteva a disposizione dell’iper consumo capitalistico uguale quasi a qualsiasi latitudine del mondo. Sembra di vivere veramente in un sogno, dove non siamo più padroni del nostro destinocapitani della nostra anima. Cosa succederà quando ci sveglieremo? Quante vite cambieranno — anche a causa dell’ingente crisi economica creata dal blocco —, in maniera più o meno consapevole? Quale sarà il nuovo riadattamento agli spazi e alle persone? La crisi più preoccupante è quella sociale e culturale. Saremo capaci di viaggiare ancora, abbracciare il nostro amore, stringere la mano al collega e usare i mezzi pubblici? Quanta distanza ancora metteremo tra noi e tutte quelle persone che riempiono le categorie fragili come poveri e disabili, anziani ed extracomunitari, già ai limiti dell’inclusione e prigionieri del pregiudizio? Non ho le risposte a tutto questo, né soluzioni o ricette. So però che il mondo dei sogni racchiude il vasto e ancora inesplorato territorio del simbolico che, attraverso immagini, similitudini e metafore tenta di entrare in connessione con il reale. Stefano Massini in un bel saggio romanzato sui sogni sostiene che «[…] Nella nostra disperata sete di conoscerci, noi in realtà scaviamo di continuo in fondo al pozzo di noi stessi. Siamo il nostro discorso. Siamo la nostra ricerca. Siamo la nostra luce nel buio. Solo in apparenza parliamo del mondo. L’unico mondo di cui parliamo porta la nostra faccia». Per riprenderci un’esistenza fatta di nuove narrazioni, che cancellino via distanze metriche e reali, non ci resta che continuare a sognare, magari proprio come quando avevamo quindici anni — e tutto quello che avevamo nel cuore ci sembrava almeno possibile

PER APPROFONDIRE

Vite sospese è il progetto dell’amico, collega e artista Luca Pastore. Si tratta di una mostra che verrà allestita al termine dell’emergenza Covid-19 con i materiali che tutti voi potete inviare a vitesospese2020@gmail.com. Ecco il suo invito: «Inviami una foto, un disegno, un pensiero che esprima il tuo stato d’animo di questo momento. Quando tutto sarà finito realizzerò una mostra che ci aiuterà a non dimenticare e ripartire più forti di prima». Per il suo profilo Instagram, clicca qui.

Carl Gustav Jung: L’uomo e i suoi simboli — Tea — 2009

Stefano Massini: L’interpretatore di sogni — Oscar Mondadori — 2019

Severino Cesari: Con molta cura — Rizzoli — 2017

Severino Cesari: Storie per quattro giornate — Sellerio Editore Palermo — 1989

William Ernest Henley: la poesia Invictus, quarta della serie Life and Death (Echoes), contenuta nel Book of Verses — 1888


QUESTO ARTICOLO È STATO PUBBLICATO SU ORIONE N.19, “IL SOGNO”, NELLA SEZIONE INTERVISTA — APRILE 2020

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